Documento 4
Resistenza e questione nazionale al confine orientale
Raoul Pupo
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Le ripercussioni della svolta d'autunno" furono assai pesanti. A Trieste essa coincise con l'eliminazione da parte dei tedeschi dei vertici della Federazione del Pci, che si era fino a quel momento battuta per mantenere l'attività del partito nell'alveo della Resistenza italiana. I1 nuovo gruppo dirigente, rigidamente controllato da parte slovena, mutò completamente linea e il partito, divenuto un'appendice di quello sloveno, uscì dal Cln, che vide troncato ogni rapporto con le formazioni garibaldine operanti nei dintorni della città che, a loro volta, vennero ben presto spostate nell'interno della Slovenia.

Trieste maggio 1945: una colonna di italiani (in gran parte finanzieri e militari) deportati da partigiani jugoslavi
(Archivio IRSML – FVG).
Grave fu la crisi anche nel Friuli orientale, dove la divisione Garibaldina Natisone, duramente provata dagli attacchi tedeschi, accettò di passare l'Isonzo e di porsi agli ordini del comando sloveno, troncando i rapporti con le altre formazioni italiane. Nel clima di accese polemiche che seguì tali avvenimenti trovarono spazio le posizioni estremiste, che condussero alla tragedia di Porzús -in un'area montana appartenente all'Italia, rivendicata da parte jugoslava e presidiata da unità partigiane italiane non comuniste-, dove, nel febbraio del 1945, un nucleo di gappisti eliminò il comando della I brigata Osoppo.
Sullo,scompaginamento della Resistenza italiana nella regione influì negativamente l'azione condotta dal rappresentante del Pci presso il Partito comunista sloveno, Vincenzo Bianco, le cui direttive riecheggiarono le tesi annessioniste jugoslave, ma pesò anche l'ambiguità delle indicazioni provenienti dalla dirigenza nazionale del Pci. Di fronte alle pressioni di un partito come quello jugoslavo, che si era guadagnato sul campo autorevolezza e appoggio sovietico, lo stesso Togliatti - pur preoccupato di non incrinare l'immagine del Pci quale difensore degli interessi nazionali- non poté infatti opporsi esplicitamente e si limitò a insistere su di una distinzione fra annessione definitiva e occupazione temporanea della regione da parte delle truppe jugoslave, che offriva qualche spazio di manovra ai comunisti italiani ma che dava contemporaneamente via libera ai progetti jugoslavi. Una posizione assai fragile dunque, ma che per essere pienamente intesa va proiettata sullo sfondo del favore con cui buona parte della dirigenza del Pci, specie nell'Italia occupata, valutava le possibilità di eludere il controllo politico anglo-americano dischiuse da un'eventuale avanzata jugoslava nella pianura padana.
Le drammatiche vicende politiche dell'autunno-inverno del 1944 posero a dura prova il movimento resistenziale nella Venezia Giulia, colpito anche da vigorose offensive germaniche. Tuttavia, i tentativi tedeschi di inserirsi nelle crescenti tensioni fra partigiani italiani e sloveni, e nelle stesse divisioni interne alla Resistenza italiana, andarono a vuoto.
Dopo la svolta del Pci e l'accentuazione dei motivi annessionisti nella politica del movimento di liberazione sloveno, assai difficile divenne la collaborazione fra l'Of (Osvobodilna fronta) e il Cln giuliano, la cui forza militare era sì modesta, ma il cui peso politico-diplomatico era tutt'altro che trascurabile. La larga rappresentatività dell'antifascismo italiano, nelle sue componenti liberale, azionista, cattolica e socialista, combinata alle prese di posizione in favore dell'appartenenza della Venezia Giulia all'Italia, faceva infatti del Cln il potenziale momento di aggregazione maggioritaria per i cittadini di sentimenti italiani e con ciò stesso il possibile punto di riferimento per gli anglo-americani, nell'ipotesi di un loro ingresso in forze nella regione. Fu proprio tale ultima eventualità, cui il movimento di liberazione sloveno guardava con preoccupazione, a determinare gli ultimi tentativi di accordo fra Cln e Of esperiti a Trieste nella primavera 1945, ma lo scoglio della rappresentatività dell'antifascismo - il cui monopolio era rivendicato dalle organizzazioni slovene e contestato dal Cln- e l'impossibilità di un'intesa sul governo della città dopo la resa tedesca ne provocarono il fallimento. Cln e Of organizzarono perciò due insurrezioni parallele e in qualche misura concorrenziali, nonostante la disparità delle forze, allo scopo di ribadire ciascuna il proprio ruolo politico nel capoluogo giuliano, e ciò rese evidente che nella Venezia Giulia per italiani e sloveni l'uscita dalla guerra sarebbe avvenuta nel segno della divaricazione. Le diverse componenti della società giuliana attendevano infatti ciascuna i propri liberatori - l'ottava armata britannica o la quarta armata jugoslava - pronte a guardare a quelli dell'altra come a invasori: tra la fine di aprile e quella di giugno perciò, le liberazioni si incrociarono, si sovrapposero e si esclusero a vicenda, generando memorie storiche contraddittorie.
Da "I Viaggi diErodoto", Il confine orientale, anno 12, numero 34, gennaio-aprile 1998, pp. 114-116