Documento 5
Violenza politica tra guerra e dopoguerra: il caso delle foibe giuliane 1943-1945
Raoul Pupo
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Il dibattito storiografico
Così, il tentativo di ridurre al minimo l'entità delle stragi è stato esperito allo scopo di corroborare il giudizio espresso da parte del governo jugoslavo fin dal 1945 e riassumibile nell'affermazione che gli infoibati non erano altro che fascisti caduti o scomparsi a fianco dei tedeschi nel corso di combattimenti con i partigiani e di operazioni dell'esercito jugoslavo, o criminali di guerra dei quali il popolo stesso ha disposto all'atto della liberazione.
Quella della generale colpevolezza dei morti è naturalmente una tesi tutta politica, nata come argomento polemico - anche se poi si è consolidata come verità di stato per tutta la durata del regime jugoslavo - nonostante la sua consistenza sia apparsa subito assai fragile. La tipologia proposta corrisponde infatti solo in minima parte a quella degli scomparsi e non spiega - solo per fare un esempio - le ragioni dell'accanimento persecutorio nei confronti dei membri dei CLN di Trieste e Gorizia piuttosto che contro i leader del fascismo repubblichino e del collaborazionismo giuliano. Ma certamente, una spiegazione tutta giocata sul concetto di " giustizia sommaria" nei confronti di criminali politici, risultava incompatibile con l'immagine di una strage compiuta su larga scala: di conseguenza, sul piano dei conteggi, la strage veniva negata.
Sul versante opposto, le palesi esagerazioni nel numero dei caduti appaiono anch'esse manifestamente strumentali al sostegno di una tesi, speculare alla precedente, che per stare in piedi ha bisogno di grandi cifre. È la tesi del "genocidio nazionale", espressione questa che in tempi recenti è stata in genere sostituita da quella di "pulizia etnica". È anche questa una tesi politica, che riprende alcuni dei temi-guida del nazionalismo italiano: la perennità del conflitto fra Italia e Slavia, la "barbarie balcanica", contrassegno evidente di un'umanità inferiore e selvaggia, lo sciovinismo slavo, teso a cogliere ogni occasione per estendere la sua dominazione sulle macerie dell'italianità e, nel caso specifico, impegnato ad assestare con ogni mezzo un'ultima, brutale, spallata alle posizioni italiane nella regione. Caratteristica di tale interpretazione è la pretesa di isolare unilateralmente uno degli elementi che certamente hanno giocato un ruolo importante negli episodi del 1943 e del 1945 - e cioè lo scontro nazionale fra italiani e slavi - per costruirvi attorno una spiegazione compatta e compiuta, che non consente di distinguere l'intreccio di piani - politico-ideologici, etnici, sociali e di potere - che sta alla radice delle uccisioni di massa. A ogni modo, perché di sterminio etnico a danno degli italiani si possa parlare in termini plausibili, occorre che le dimensioni delle violenze siano tali da renderle un unicum rispetto agli altri episodi di brutalità di cui sono costellati gli anni di guerra e, ancor prima, quelli del fascismo: e un risultato del genere viene ottenuto sommando assieme tutti i "caduti per mano slava" a partire dal 1943, fino a comporre una sorta di generale "martirologio delle genti adriatiche", oppure, più semplicemente, inventando delle cifre di sana pianta.
Le forzature presenti nelle ipotesi di cui abbiamo fin qui parlato sono così macroscopiche, che non varrebbe certo la pena di dedicarvi spazio in sede critica se non fosse per un dato, che riveste un'importanza tutt'altro che secondaria anche sul piano degli studi: sono proprio queste letture semplificatorie e di sapore scopertamente politico-propagandistico infatti, che hanno costituito per decenni - vale a dire fino agli anni ottanta - il punto di riferimento obbligato del dibattito interpretativo sul problema delle foibe e che, come tali, non solo hanno orientato in misura determinante i giudizi della pubblica opinione, ma hanno in qualche misura condizionato anche i tentativi di analisi più seri e rigorosi che pur sono stati compiuti in ambito storiografico.
È questo ad esempio il caso di un grappolo di contributi prodotti a partire dagli'anni settanta, nell'ambito dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia (iRSML), e che hanno condotto a una serie di acquisizioni che senza dubbio costituiscono un punto fermo nella ricostruzione delle ragioni dell'accaduto. L'elemento di fondo messo in luce dalle ricerche di Galliano Fogar e dagli interventi di Giovanni Miccoli è rappresentato dalla necessità di inserire gli episodi del 1943 e del 1945 all'interno di una più lunga storia di sopraffazioni e di violenze, iniziata con il fascismo e con la sua politica di oppressione della minoranza slovena e croata, proseguita con l'aggressione italiana contro la Jugoslavia e culminata con gli orrori della repressione nazi-fascista contro il movimento partigiano. Si tratta evidentemente di uno dei nuclei centrali di tutto il confronto interpretativo: le esplosioni di violenza dell'autunno del 1943 e della primavera del 1945 non risultano infatti pienamente comprensibili se non le si pone in rapporto con l'accumulo di tensioni verificatosi negli anni del fascismo e giunto al parossismo durante il periodo bellico, attraverso lo scontro senza quartiere fra guerriglia e antiguerriglia. Muovendo da tale osservazione, si può essere quindi indotti a leggere in ultima analisi le foibe come un fenomeno di reazione, come una resa dei conti brutale e spesso indiscriminata compiuta da parte di popolazioni oppresse e stremate nei confronti dei loro persecutori.
Un'analisi del genere ha consentito da un lato di recuperare lo spessore storico degli eventi descritti, dall'altro di mettere in luce un aspetto, quello della "risposta", sicuramente ben presente e operante fra le spinte che stanno alla radice delle uccisioni su larga scala. Tuttavia, interpretare complessivamente il fenomeno delle foibe come prodotto di un eccesso di reazione, è una scelta che presenta alcuni limiti di non poco conto e che in trasparenza rivela anch'essa, come nella costruzione del giudizio storico abbiano pesato istanze e urgenze interne agli sviluppi del dibattito politico a Trieste, a cominciare dalla preoccupazione per i tentativi di strumentalizzazione della memoria delle foibe compiuti nell'ambito di una più generale proposta di equiparazione fra resistenza e fascismo, che in ambito giuliano non rappresenta certo una novità degli anni novanta. Esempi tipici di tale tendenza sono stati gli accostamenti semplificatori fra le foibe e il lager della Risiera di San Sabba, tesi spesso a proporre una sorta di concorrenzialità fra i morti di una parte ed i morti dell'altra, che hanno sollecitato molti storici a richiamare quella distinzione fra aggrediti e aggressori, che rimane tuttora fondamentale per 1'intelleggibilità storica (che è cosa diversa dal giudizio morale) degli episodi del 1943 e del 1945.
La volontà di opporsi alle molte esagerazioni e alle patenti falsificazioni diffuse da parte nazionalista ha finito peraltro per condurre a una sottolineatura unilaterale della "spontaneità" popolare che avrebbe contraddistinto le esplosioni di violenza, e alla negazione quindi dell'esistenza, a monte delle uccisioni su larga scala, di qualsiasi disegno organico di persecuzione politica. Ad accentuare gli aspetti spontanei, il carattere di irrazionale vendetta degli episodi del 1943 e del 1945, ha concorso però, con tutta verosimiglianza, anche uno scrupolo di natura diversa, probabilmente connesso all'ammirazione a lungo nutrita all'interno della sinistra per l'esperienza e per il modello resistenziale jugoslavo: e cioè, lo scrupolo di evitare generalizzazioni, ritenute indebite, delle aspre critiche suscitate dall'oscura pagina del maggio-giugno 1945, attraverso lo sforzo di circoscriverne la portata a quella di un passaggio doloroso ed esecrabile, ma tutto sommato marginale, nell'ambito del processo di costruzione - considerato per molti versi esemplare - del nuovo stato socialista jugoslavo. Così facendo però, venivano sostanzialmente obliterati tutta una serie di dati di fatto - dalla caccia scatenata contro i componenti del CLN giuliano, alle retate di probabili oppositori del nuovo regime, anche se non compromessi con il fascismo, fino alla prosecuzione delle condanne e delle uccisioni nei campi di concentramento fino a tutto il 1946 - che non sembrano in verità riconducibili all'improvviso fiammeggiare di una vampata di furore, ma che si configurano piuttosto come passaggi essenziali di una ponderata strategia di annichilimento del dissenso.
Con la produzione storiografica degli anni settanta - che di fatto si è prolungata sino alla metà dello scorso decennio - si è pervenuti quindi a una storicizzazione a metà del fenomeno delle foibe, che se lumeggia bene il suo carattere di anello di una lunga catena di sopraffazioni, non riesce d'altro canto a cogliere un altro dei suoi aspetti di fondo, vale a dire, il suo essere parte integrante di un processo più generale - che nella Venezia Giulia assunse certo un significato particolare, data l'esistenza di una questione nazionale aperta - ma la cui dimensione travalicava ampiamente i confini regionali. Questo processo era l'assunzione del potere in Jugoslavia da parte del movimento partigiano a guida comunista, che avvenne per via rivoluzionaria, attraverso una guerra di liberazione che era anche guerra civile, condotta a un livello di intensità non comparabile con la situazione italiana e i cui echi, in termini di scontri armati e di uccisioni di massa, si prolungarono fino al 1946.
È proprio questo nesso tra vicende giuliane e modalità di costruzione del comunismo in Jugoslavia, che è stato invece posto al centro degli interventi degli ultimi anni, che hanno posto particolarmente in luce come i comportamenti assunti nella Venezia Giulia da parte dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo non si discostassero molto da quelli tenuti nel medesimo periodo in altre zone della Jugoslavia appena liberate dai tedeschi, e parimenti diretti sia allo smantellamento accelerato delle strutture istituzionali e politiche del precedente regime, sia al preventivo annientamento dei nuclei attorno ai quali avrebbero potuto coagularsi eventuali movimenti di opposizione. Sotto questo profilo pertanto, il nocciolo della crisi della primavera del 1945 - e, su scala più circoscritta e in termini meno lineari, anche di quella del settembre 1943 - va individuato nell'ondata rivoluzionaria che coprì la Venezia Giulia e che costituì il contesto entro il quale si collocarono non soltanto le azioni repressive esplicitamente mirate, ma anche la varietà - certo non programmabile ma in qualche misura scontata - degli episodi e delle responsabilità. In questo senso perciò, anche la distinzione - a lungo dibattuta - fra violenza spontanea e violenza di regime, cessa di essere significativa, in quanto appare esprimere non già due moduli d'intervento fra loro alternativi, bensì due facce della medesima esperienza politica.
Nel 1945 quindi Trieste era, non solo geograficamente, ben più vicina a Lubiana che a Reggio Emilia, e questa osservazione, se da una parte consente di orientarsi meglio fra i molti percorsi di un fenomeno complesso come quello delle foibe, che rimanda contemporaneamente a contesti diversi - come peraltro è tipico di tutta la storia giuliana del Novecento - dall'altra parte offre anche un possibile terreno di confronto con le prime riflessioni prodotte in sede critica dalla nuova storiografia slovena, che è appunto impegnata a riconsiderare modalità e conseguenze dell'affermazione del regime di Tito.
Sempre da parte slovena, le aperture archivistiche consentite dall'instaurazione nel paese di un regime democratico dopo la proclamazione dell'indipendenza e le nuove indagini rese possibili dalla disponibilità di una mole assai cospicua di documentazione relativa agli anni di guerra e del dopoguerra, offrono pure nuovi e importanti motivi di conferma alle valutazioni cui gli storici italiani sono pervenuti nei primi anni novanta riprendendo e sviluppando una serie di indicazioni che erano in parte già presenti nella precedente produzione storiografica ed in particolare nella riflessione di Diego De Castro ed Elio Apih.
Ben s'intende, siamo oggi soltanto agli inizi di un lungo percorso di ricerca, ma un dato di fondo sembra già abbastanza chiaro. A monte della repressione di maggio stava un disegno politico preciso, elaborato ai massimi livelli decisionali e ben espresso nelle indicazioni impartite nella primavera del 1945 da Franc Leskovsek nel corso di una seduta del Comitato centrale del Partito comunista sloveno:
Preparare per Trieste il personale qualificato - la polizia. In ventotto ore bisogna mettere in funzione tutto l'apparato, prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare
e nei dispacci inviati da Edvard Kardelj ai capi sloveni:
E’ necessario imprigionare tutti gli elementi nemici e consegnarli al1'OZNA per processarli. [...] Epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, bensì su quella del fascismo.
Si trattava di un programma assai esplicito, la cui sostanza politica era resa evidente dall'individuazione del nemico da eliminare: non certo gli "italiani" in quanto tali - come vorrebbero i sostenitori della tesi dello "sterminio etnico" - ma i "reazionari", termine che nel linguaggio dei comunisti sloveni del tempo (lo stesso avvenne anche in area croata) si sovrapponeva spesso a quello di "fascisti", per coprire tutte le posizioni politiche non riconducibili a quelle del Fronte di liberazione (Osvobodilna Fronta, OF), con particolare riferimento al nodo annessione alla Jugoslavia - costruzione del socialismo. Da questo punto di vista, per i comunisti sloveni "reazionaria" era l'intera Resistenza italiana non comunista, secondo una valutazione che emerge ad esempio con grande chiarezza dai rapporti inviati dall'Italia da Anton Vratuša (rappresentante del Pcs presso il PCI dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945) e che, se rimaneva teorica quand'era riferita ai membri del CLNAI con i quali lo stesso Vratuša aveva negoziato gli accordi dell'estate 1944, divenne invece, a guerra finita, criterio operante di discriminazione e persecuzione nei confronti dei CLN di Trieste e Gorizia.
Oggi quindi siamo sicuramente di fronte a un allargamento del campo di indagine e a un affinamento degli strumenti di analisi; tutto ciò ha indubbiamente portato a un arricchimento delle prospettive di ricerca, ma può condurre anche a qualche sbilanciamento. In particolare - e questo è già stato fatto nei contributi più avvertiti - il riferimento prioritario al processo rivoluzionario in corso in Jugoslavia, va in ogni caso integrato con la considerazione del ruolo di moltiplicatore degli odii politici svolto nella Venezia Giulia dallo scontro nazionale: se per un verso infatti il nazionalismo rimane un elemento di valutazione essenziale per la comprensione del significato e dei contraccolpi dell'esperienza fascista nella regione, per l'altro verso, la centralità rivestita dal problema delle nazionalità nell'edificazione del nuovo stato jugoslavo, si riverberò anche nelle scelte compiute nello specifico della situazione giuliana, dove il tentativo del gruppo dirigente stretto attorno a Tito di offrire nuove risposte a una serie di questioni che avevano condotto alla catastrofe la precedente compagine nazionale, passava anche attraverso il massiccio recupero del nazionalismo sloveno e croato nei confronti dell'Italia. Anche quest'ultima griglia di lettura del fenomeno delle foibe non va assunta quindi in termini schematici, ma piuttosto come un filo conduttore, attorno al quale è possibile comporre un quadro interpretativo sufficientemente organico e articolato (...).
Da Foibe. il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, a cura di G. Valdevit, Marsilio, Venezia 1997, pp. 37-4